Umanità e amore per il Frankenstein di Del Toro
L’epopea di Frankenstein affidata alle mani, o per meglio dire alla cinepresa, di uno dei più grandi cineasti visionari e creativi della sua generazione: Guillermo Del Toro! I risultati non potevano che essere eccellenti, con la consacrazione, dopo la standing ovation all’anteprima della 82ma Mostra del Cinema, della National Board of Review Award a film fra i migliori 10 dell’anno ed a numerose nomination a Hollywood e dintorni.
Schiacciante, va detto in primis, la vittoria nei costumi e nelle location scenografiche, stavolta canadesi e scozzesi, da sempre fiore all’occhiello nei lavori di Del Toro, dai quali poi prendere ispirazione per virare verso vette estreme; soprattutto perché l’idea di omaggiare Mary Shelley balenava nella mente del regista messicano da almeno 15 anni, ed è arrivata a compimento grazie a Netflix, convinta dalle sue gesta in Pinocchio.
Un cast stellare ha poi fatto il resto, con le certezze Oscar Isaac e Christoph Waltz e le recenti sensazioni hollywoodiane, l’australiano Jacob Elordi e la britannica Mia Goth.
Impossibile prima della visione non immaginare rimandi a La Forma dell’Acqua, fra i tanti capolavori dove Del Toro riesce ad umanizzare il suo Mostro, dandogli progressivamente un alone da vittima dei soprusi dell’animo umano, incapace di partorire una gentilezza spirituale con la quale accogliere i “nuovi arrivati”.
Anche qui, e in pieno stile Del Toro, non manca il romanticismo nero, addirittura accompagnato da atteggiamenti quasi grotteschi di Victor, sia quando fugge dalla sua Creatura che quando vi si riunisce nella splendida resa dei conti finale, fatta di melanconiche confessioni e sensi di colpa!
Tre ore di pellicola mozzafiato, divise perfettamente in tre parti, fra cui il gotico preludio noir, fatto di immagini dispersive ed elettrizzanti, che presenta il Mostro nella sua peggiore atrocità a caccia del nemico nel ghiaccio artico, e costui, il suo creatore, a cercarvi rifugio, prima che entrambi abbiano modo di raccontare nei restanti frame la storia attraverso i propri occhi e il proprio spirito, oramai annientato.
Un’originalità disarmante che man mano si va avanti restituisce sia allo scienziato che alla sua invenzione un’inedita umanità che nessuno era riuscito mai a vedere nelle precedenti trasposizioni cinematografiche del romanzo.
Ambedue infatti sono figli della stessa ipocrisia, quella di un padre assente, assolutista ed esigente l’uno, e quella del suo ideatore l’altro, imprigionato dall’obbligo di sconfiggere la morte che gli ha portato via la madre da piccolo, con una figura perfetta, forte e resistente sia fisicamente che umanamente, superiore alle barbarie umane e con un intelletto già pronto per conquistare il mondo: ciò che ha devastato la sua esistenza devasterà dunque quella del suo “protetto”!
Quel che resta alla fine della proiezione è tutto tranne un racconto fantastico e fantascientifico, ma una storia vera, reale e toccante come mai vista, che sfrutta l’invenzione per parlare bensì al cuore e renderci protagonisti di uno spaccato di vita comune e commovente, dove la nostra umanità è costretta a specchiarsi coi fantasmi dell’animo!
L’amore ingenuo, genuino, ignoto se non proprio sconosciuto, fra la creatura e la Elizabeth di Mia Goth, inaccessibile ma fragile, sostituisce infatti quello arrivista di Victor, uno splendido Oscar Isaac, che convinto dal luciferino Christoph Waltz dà via ad una perenne sfida contro la morte, che però lo porterà invece a spirare prima degli altri, una dipartita dell’anima con la quale fare i conti in eterno.
Il Mostro, bello, forte ed audace ma altrettanto vulnerabile di Jacob Elordi, è senza dubbio il motore portante dell’opera di Del Toro, bravissimo nel trasporre empatia quando va a caccia di amore nel desolato mondo di fine 1700, scoprendo bensì brutalità e soprusi.
Gli manca solo la voce, ma ecco che in un crescendo impulsivo senza precedenti e dopo aver sviluppato gestualmente pensieri complessi ed emozioni viscerali che il proprio cuore sprigiona, escono finalmente anche le parole, poetiche, dalla sua bocca!
Il risultato è una Creatura più umana degli uomini, viva, innamorata, ma delusa dall’amore nonostante capisca di non avere eguali, pura e docile e allo stesso tempo portata alla violenza da una collettività che evidentemente non la merita, una cattiveria ad essa oscura e che forse le fa rimpiangere sin da subito di essere stata portata in vita da chi è più Mostro di lei!
Una sceneggiatura perfetta cerca poi di riportare ottimismo, mettendo il perdono fra padre e figlio come mantra per proseguire, seppur a stenti, una realtà compromessa, e liberare il proprio animo da fardelli insostenibili.
