Uno splendido dramma familiare nord europeo
Joachim Trier propone uno splendido dramma familiare, che ritrae il tentativo di un vecchio padre, Gustav Borg, regista cinematografico di successo, di mettere pezze nel proprio rapporto con le figlie, quasi mai esistito a causa della sua costante assenza.
L’occasione è il funerale della sua ex moglie, loro madre, da lui abbandonata anni prima, e il ruolo da protagonista per il suo prossimo film offerto a Nora e scritto per lei, la maggiore.
Sentimental Value, una sorta di rinfresco teatrale in stile ottocentesco, come d’altronde suggerisce la vecchia casa iconografica nel bel prologo iniziale fuori campo, colpisce per la struggente tragedia interiore che i protagonisti lasciano trasparire, una sorta di border line impenetrabile fra chi ha mancato il proprio ruolo e cerca di recuperare e chi per causa inversa non può più perdonare.
Un’opera che tristemente mette in luce le occasioni perse nella vita, quegli affetti spirati che hanno condizionato e modificato la propria spiritualità, così tanto da innalzare un cinismo smodato che blocca ogni tentativo di resurrezione.
Renate Reinsve e Stellan Skarsgard sono i due mattatori della scena, grazie ad una recitazione nord europea sì fredda e distaccata ma celatamente focosa, fatta di silenzi, sguardi malinconico speranzosi ed esplosioni d’animo, che tramutano in un costante rapporto conflittuale e ovvio fra sorella maggiore e padre, lei che lo ha subìto più dell’altra nel momento intermedio fra l’età bambina e la crescita adolescenziale nel mirino, chiusa a letto col cuscino a fare da tappo per le orecchie, durante i litigi che “sporcavano” il silenzio della vecchia abitazione natia, che parte dall’abbandono e si conclude col ritorno.
Un cast che risulta pregevole pure nella figlia minore Agnes di Inga Ibsdotter Lilleaas, anch’essa attrice provetta ma infine archivista accademica, all’apparenza meno ribelle e comprensiva verso il rientrante genitore, mai manieristica e plateale e perciò fortemente vera, e in Elle Fanning, sostituta protagonista di Nora nonché star cinematografica, che “americanizza” il film quel tanto da farle venire i dubbi se tutto ciò sia adeguato in un mondo cotanto distaccato come quello nordico.
Un lungometraggio importante, aiutato dall’impeccabile colonna sonora di sottofondo, che rimette in gioco la psicosi bambina di ognuno di noi, scissa fra la dipendenza quasi ossessiva dell’affetto e presenza dei genitori, ma finanche frustrata dalla loro non continua soddisfazione dei nostri bisogni.
Dissociazione che prosegue all’infinito e che attanaglia i Borg in ogni frammento del film, dando agli occhi di chi segue l’immagine realistica di persone normali, incastrate dentro un classico e convenzionale dramma familiare.
Il montaggio, fine e delicato, unito ad una recitazione iper teatrale, grazie a dei dialoghi essenziali, spesso minimalistici ma profondi, rende questa opera come un gioiello di neorealismo moderno, caratterizzato da una casa ottocentesca, vetusta, crepata ma elegante, quale palcoscenico enfatico!
Casa che ottiene sia un alone sacrale per la discendenza che la frequenta, passata difatti attraverso la bicentenaria fondazione, le numerose ristrutturazioni, l’occupazione nazista sotto l’accondiscendenza di Quisling e i giorni nostri, sia quello spettrale, per i numerosi fantasmi che tuttora la abitano, madre defunta su tutti.
La regia di Trier ha il merito di raccontare le vicende di una famiglia, se non proprio di una saga, a modo suo, concedendo a tutti gli interpreti la possibilità di divenire umani e pulsanti, e acquistare empatia per poi subito dopo perderla o distanziarla, allontanandosi perciò dagli stereotipi main stream, ai quali tanto piace criticare ipocritamente quella società borghese di cui anche i Borg fanno parte, lasciando fuori dall’arco narrativo qualunque tipo di antagonismo egoistico.
