Il lungo viaggio per sfuggire alla dittatura
La terribile dittatura brasiliana da metà anni 60 in poi e relativa caccia ai dissidenti viene presentata da Kleber Mendonca Filho, poliedrico regista che della sua terra natia ha già portato con successo sul grande schermo pregevoli lavori su ingiustizie e rivolte sociali, come Bacurau e Aquarius.
Stavolta Filho alza il mirino, e grazie ad un clima costantemente minaccioso e terrificante nonché visivamente potente, dà voce agli animi dei rivoltosi, che moriranno poi quasi a migliaia, costretti a “lavorare” sotto banco, fuggire dal pericolo e proteggersi da soli, in comunità e con nomi e lavori fittizi.
L’Agente Segreto vede il talento di Wagner Moura fare il bello e il cattivo tempo, lui oramai pienamente a suo agio pure nei salotti americani, grazie ad una impattante postura che mixa la grinta di un ex professore universitario ribelle, che vuole reagire alle velate restrizioni politiche e liberali, la tristezza di chi ha già perso una moglie e la paura di non potersi più riabbracciare al piccolo figlio, per il quale è in viaggio da San Paolo a Recife, quasi 3.000 Km.
Il tema del racconto, trattato con una incandescente e progressiva regia ansiolitica, che sembra anticipare di continuo il dramma, forte della bravura del protagonista, a spasso per il Brasile del 1977 devastato da morte, corruzione e povertà, ha fatto breccia sia ad Hollywood ma soprattutto a Cannes.
Questo seppur l’arco narrativo arrivi a fine proiezione lasciando però qualcosa di incompiuto, precisamente irrisolto, dato che è proprio l’intimità dei dialoghi a venire a mancare, unita ad una trama troppo spesso prolissa e inconcludente, che si basa esclusivamente sulla verve di Moura, tralasciando bensì sia il privato che la logica degli eventi, per l’appunto soltanto allusivi.
Trama che diviene pertanto ancor di più difficile comprensione per causa di ripetute digressioni e molteplici sbalzi temporali inseriti, divagazioni che comprimono troppo una narrazione già di suo complessa, relativa ad una fase della storia ancor più ardua e pesante da afferrare.
Il senso del film, assolutamente apprezzabile e comunque ben riuscito, è quello di affiancare quindi all’umanità ed anarchia spirituale degli “esuli” la chiusura mentale di ogni dittatura che si rispetti, rappresentata in quasi ogni frame dai tagli militanti degli oppressori.
Così facendo e come accennato all’inizio, un’opera visivamente imponente e barocca, perde tuttavia ogni forma di linearità nel racconto, diversificato dunque dai tradizionali lavori di arringhe civili e di denuncia, ma mantiene costante un clima cupo e di terrore, non soltanto per le sanguinolente abitudini delle numerose bande di giustizieri o dei sicari al soldo del potente colluso.
Incisive e dissacratorie appaiono quindi le primordiali immagini di un cadavere dissidente riverso a terra, preda di corvi, cani randagi e mosche rumorose, ma nella glaciale incuria della polizia, più impegnata a richiedere “tangenti” automobilistiche, e di una gamba in pancia ad uno squalo.
Due affreschi quasi iconoclasti, poster allucinati con cui aprire e condividere tutto il reso dell’opera, tatuata fra il grottesco, l’ipocrita e il tragico di un carnevale impazzito, periodiche corruzioni di politici e burocrati ed esecuzioni militari costanti!
