La Sposa! (2026)

La Sposa di Frankenstein non riesce a farsi amare

Un grande cast per un film molto ambizioso che però non arriva al traguardo: questo, in succo, il mini prologo riassuntivo del nuovo lavoro di Maggie Gyllenhaal, La Sposa.

Il soggetto dell’opera rimanda alle gesta dell’iconico lavoro di James Whale degli anni ‘30, nel quale il desiderio affettivo e di contatto del mostro Frankenstein si va a legare a quello creativo della scienziata Cornelia Euphronious, che perciò dissotterra assieme al “socio” il cadavere della ribelle Ida, fra le tante donne del boss Lupino, e la riporta in vita con lo scopo di farne la sua eterna compagna.

Niente di più difficile però, visto che oltre al corpo, della ragazza resuscita pure l’estrema forza caratteriale e un’inedita voglia di indipendenza femminile, all’epoca della Grande Depressione sopita da costante misoginia.

Sarà perciò questo il velato significato del film dall’inizio alla fine: mettere una creatura mostruosa, ma al femminile, al centro di una ribellione verso le ingiustizie umane.

Niente meno che a Jessie Buckley, fresca di Oscar, ed a Christian Bale, vengono affidati i ruoli delle due creature, e i due assi trasformisti non possono perciò che fare il bello e il cattivo tempo, forti di una regia molto aperta nel lasciare loro ampia libertà artistica. Come supporto poi, Bening, Cruz, Sarsgaard e suo fratello Jake sono gli altri nomi altisonanti che danno alla regista lustro per la sua seconda opera dietro la macchina da presa, dopo La Figlia Oscura.

Stavolta però, e a differenza della precedente ed eccelsa esperienza, che valse alla Gyllenhall pure una nomination agli Oscar in sceneggiatura, ciò che resta alla fine della proiezione è qualcosa di irrisolto perché confusionario, male assemblato e disordinato, ma che soprattutto non restituisce vita alla “sposa” Ida!

Innanzitutto il genere, troppo vagabondo verso noir, fiaba oscura ma grottesca e gangster, con miscugli gotici neanche tanto approfonditi, col sottobosco notturno che varia fra prostituzione, stravaganza, delinquenza e cosche mafiose.

In questo disorientato mondo la regista prova a trasformare i due “congiunti” in una sorta di Bonnie e Clyde horror, che però anzichè rubare hanno come scopo recondito quello di migliorare e redimere un machismo latente, incarnato da onnipresenti sicari e poliziotti/detective, gli uni appaiati agli altri da una corruzione impossibile da schivare.

Dopo aver provato ad umanizzare Frankenstein e renderlo conscio che la cattiveria umana è alla base delle disfatte della società, stavolta l’ennesimo capitolo della saga si sposta attraverso una guerra civile dell’animo, guidata da una donna, versione strega gotica, che diviene pertanto il capo branco da seguire e da immolare a mito eroico.

Tutto ciò però sottomette chiunque le si presenti di fianco, il mostro Frankenstein in primis, un generoso Bale che tuttavia resta un po’ troppo prostrato e privo di personalità al suo cospetto. Lo stesso dicasi per i boss della malavita, i loro mandatari e persino investigatori che covano rancore e rimpianti per qualcosa che non hanno potuto o voluto vedere.

Anche qui c’è una overture a firma Mary Shelley, che annuncia la rivoluzione affidata alla prostituta Ida, il cui compito è quello di vendicare i soprusi femminili nella Chicago del gangsterismo e malaffare.

Scorre però troppo lentamente questo film, forse perché ricco di inserimenti autonomi e poco lineari, e perché costantemente intriso di soliloqui della protagonista, che con dei monologhi oltremodo energici e carismatici, ma anche smodatamente isterici ed esplosivi, viene elargita di un alone assai contraddittorio, che non permette alla Sposa di evolversi in un simbolo dell’emancipazione femminile!

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