Alejandro Inarritu, il messicano che ha conquistato Hollywood

ALEJANDRO GONZÁLEZ IÑÁRRITU

Sul palcoscenico cinematografico si presenta questo nuovo regista che con i suoi film ha fatto molto parlare di se, suscitando l’interesse dei critici mondiali. Ma conosciamo meglio Inarritu e le pellicole che lo hanno portato alla fama mondiale.

Se siete convinti che il cinema messicano racconti solo di pistoleri e mariachi, da oggi questa vostra convinzione cadrà per mano di un grande regista che di mariachi e pistoleri non sa che farsene. Il cinema di Inarritu è un cinema forte, duro, che entra nel profondo dello spettatore senza nessuna pietà. Il dolore, la morte, sia interiore che esteriore, il destino avverso, sono i caratteri principali e vengono rappresentati con un’ottica forte e realistica che costringe chiunque guardi a prendere parte alla sofferenza.

È un regista che vuole usare i suoi film per entrare in stretto contatto con il pubblico, al quale chiede un grande sforzo. Infatti lo spettatore è impegnato in prima persona nelle opere di Inarritu, perché gli vengono presentate storie contorte e incastrate tra loro, con l’alternarsi di scene diverse di storie diverse, che apparentemente non sembrano presentare alcun collegamento, ma che con lo scorrere della pellicola si uniscono l’una con l’altra. Ciò sembra distogliere l’attenzione del pubblico che nelle fasi iniziali del film viene confuso da questo gioco di immagini, ma in realtà lo spingono verso uno sguardo più accurato e lo immergono in una curiosità che si appaga solo con il concludersi della storia.

Questa struttura cosi complicata è soprattutto opera dello sceneggiatore Gulliermo Arriaga, al quale Inarritu chiede aiuto in diverse sue pellicole, capace di scrivere e rappresentare vicende cosi separate e cosi unite allo stesso tempo. È quindi un cinema impegnativo quello del regista messicano, anche per gli argomenti trattati e per le storie raccontate. Infatti il dolore occupa una gran parte delle narrazioni , accompagnati da altri temi altrettanto complicati: la concezione della vita, la tematica religiosa, il destino dell’uomo, e in rari casi assistiamo al famoso lieto fine.

ALEJANDRO GONZÁLEZ IÑÁRRITUIl film con cui si è presentato sulla scena mondiale è “21 Grammi” che racconta tre storie di vite diverse: un insegnate di matematica malato di cuore, una donna ex tossicodipendente che si trova improvvisamente senza il marito e le figlie, morte in un incidente, ed un ex carcerato che ha ritrovato una nuova vita nella fede cristiana. In questo film possiamo trovare i caratteri principali della regia di Inarritu; un professore che improvvisamente si trova ad affrontare la morte per via del suo cuore malato, ritroverà la vita grazie ad un trapianto; una madre che combatte contro la sofferenza per la perdita delle figlie e del marito; un ex galeotto che trova una via d’uscita dal dolore grazie alla fede. La linea sottile tra la vita e la morte, il tentativo di rinascere, la presenza e l’assenza di Dio creano un mix di male interiore che coglie in pieno anche chi guarda. Per rappresentare questo film Inarritu si è avvalso di un ottimo cast, composto da Sean Penn, Nomi Watts e il premio Oscar Benicio Del Toro.

Il successo mondiale arriva però con il film “Babel”, nel quale vengono presentate storie così apparentemente diverse, che addirittura ci si muove su tre continenti: America, Africa e Asia. Una donna americana in vacanza col marito nel deserto africano, viene colpita da uno sparo, una badante messicana dispersa con due bambini nel deserto californiano, una ragazzina sordomuta alle prese con una difficile adolescenza per le strade di Tokyo, danno vita a questo nuovo intrigante film. Personaggi completamente diversi, che conducono vite diverse secondo abitudini diverse, si troveranno collegati tra loro da coincidenze ineluttabili, e il dolore li coglierà senza pietà. Inoltre, il creare una figura sordomuta, come la ragazzina giapponese, non è un caso per il regista, il quale vuole denunciare quella difficoltà di comunicazione che ormai è presente nella società moderna, e quelle differenze, che pur sembrando piccole restano in realtà incolmabili, tra le persone, rinchiuse non solo in un confine geografico, ma in un confine anche culturale e psicologico, che le porterà ad avere una concezione del dolore diversa. Il titolo del film è proprio per questo significativo; “Babel” si riferisce infatti alla famosa torre di Babele citata nella Bibbia, dove l’unione di uomini di cultura e linguaggio diverso aveva portato solo caos.

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L’ultimo film che porta la firma di Inarritu è “Biutiful”, la storia della vita di un uomo dove di “biutiful” c’è poco e niente. È il primo film dove la sceneggiatura non è affidata ad Arriaga, ed infatti la storia segue una linea temporale precisa, senza la complessa concatenazione di storie diverse. Il protagonista, Uxbal, si trova a vivere una vita umile, con due figli sulle spalle e con una malattia che lo porterà alla morte, sul palcoscenico di una Barcellona povera e alle prese con il problema dell’immigrazione e dello spaccio di droga e capi contraffatti. La terribile attesa della morte e il pensiero orribile di abbandonare i propri figli, spingeranno Uxbal ad accettare la vita per quella che è, e ad accettare il destino infame verso di lui. In questo ultimo lungometraggio Inarritu mette in mostra la forza dell’amore che tenta fino all’ultimo respiro di combattere il dolore, che cerca di cogliere il bello anche in una vita disperata, riportando a galla i valori paterni e familiari. Sono film, questi di Inarritu, che arrivano al cuore , ti prendono e ti portano in una realtà così lontana ma cosi vicina alla nostra, tanto da lasciare un vuoto nello stomaco.

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