Libertà e segregazione razziale capitolo vampiri
Il blues delle origini, la musica del diavolo, Mississippi primi anni ‘30, gangster, violenza, rinascita post guerra, orgoglio afro e il nemico del KKK in versione vampiresca da affrontare ad armi pari.
E’ questo l’ultimo capitolo di una materia maneggiata a lungo dagli Studios, un minestrone colossale per l’opera più rischiosa e ambiziosa di Ryan Coogler, I Peccatori, che infatti genera un cross over impareggiabile prendendo pure spunto da Black Panter e Creed – Nato per combattere.
Si mischiano perciò la continua lotta per la sopravvivenza anti segregazione razziale, da ribattere se possibile con maggiore brutalità e non passivamente, ad una trama relativamente soft, nella quale il talento musicale del Sammy Preacher Boy del debuttante Miles Caton fa da sfondo da inizio proiezione sino al termine. Una costante, assieme all’orgoglio nero stavolta sviluppato nei juke joint, luoghi “liberi” riservati agli afroamericani nel sud dove alcool, danza e musica scorrono a fiumi, che accompagna l’arco narrativo continuamente e che ne determinerà in maniera onirica e sognante la conclusione.
Coogler scrive la storia e i testi di un’opera di veloce attuazione, forte di una casa di produzione propria e nonostante il discreto budget vicino ai 100 milioni, cedendo poi i diritti alla Warner Bros dopo una estenuante “asta”, per un successo evidentemente scontato visto l’argomento, e quindi fiutato istantaneamente dagli squali hollywoodiani.
Un rischio purtroppo calcolato ai tempi odierni quello del regista, che difatti sfrutta l’ipocrisia americana per sbaragliare la concorrenza e battere record su record in nomination agli oscar, molte delle quali improbabili, attori e sceneggiatura su tutte.
In un periodo nel quale di libertà se ne vede infatti veramente poca, “basta” una pellicola che inneggia alla ribellione contro gli invasori di turno per creare hype. Se poi l’argomento esalta le insurrezioni di un popolo, quello afro, da sempre massacrato e martoriato, ecco che l’interesse scala ancor di più. Se infine si sfruttano le tecnologie odierne, la poliedricità di un regista talentuoso, una musica trascinante e un modus operandi diverso che appaia horror, musical, gangsterismo, azione, fantasia, tanto dramma e – soprattutto e come detto – ribellione razziale, si arriva perfino ad inneggiare al capolavoro.
Poco importa se la narrazione è poco coerente con l’evolversi degli avvenimenti, se nella prima parte sostanzialmente accade poco e in maniera troppo cadenzata e se le recitazioni secondarie sono esageratamente infervorate.
La storia è quella dei gemelli Stack e Smoke, due reduci del Primo Conflitto, che dopo essersi fatti “le ossa” nella famigerata Chicago anni 30, quella di Al Capone, tornano nel luogo natio di Clarkdale per investire i loro soldi assieme ai fratelli di colore. Ma una volta trovato il posto, assoldati i membri e fatti due conti in tasca ecco che alla porta bussano gli ospiti indesiderati, coloro per cui libertà e indipendenza dei neri nel Delta del Mississippi non combaciano con l’aggregazione. Affamati di morte e sangue, ingaggeranno coi nemici una lotta fratricida fra morsi e sparatorie, contro le quali i due gemelli dell’ottimo Michael B. Jordan e i loro sodali risponderanno per le rime.
Un film senza dubbio elettrizzante ed intrigante, se non anche geniale, che pone la musica nera, il blues di Robert Johnson, come pietra miliare di tanti animi perduti e vergognosamente massacrati e oppressi dall’America di ieri (e a volte di oggi), l’unica arma con la quale poter controbattere alla bieca e cieca violenza bianca, un vampirismo assetato di spiriti indifesi.
Il blues che rappresenta ancor oggi la continuità dell’orgoglio e della fierezza afroamericana, il simbolo di una libertà ottenuta sacrificando persino la propria esistenza pur di mantenerla in vita.
Scenografie Imax 65 mm appaiate a vestiti d’epoca che esaltano l’azione, una fotografia dark e la splendida colonna sonora di Ludwig Goransson fanno di quest’opera una ballata sci fi degna del miglior Marvel Comic.
Ciò che però non tiene è una narrazione carente in molte parti, mancante nell’unire le numerose sezioni del film, scollegate completamente l’una dall’altra e mai del tutto logiche.
Lo scopo del regista è unicamente quello di rendere omaggio a qualcuno o qualcosa, riuscendoci perfettamente, tralasciando però di intrecciare le differenti trame e i vari protagonisti che nel frattempo si incontrano fra loro e dare senso a dei dialoghi troppo pomposi ed esaltati, sostituiti perciò molto spesso da note musicali o “sessuali”.
Fa nulla, per entrare oggi nelle grazie hollywoodiane evidentemente basta altro, e un’opera dalle potenzialità enormi rimane quindi un lavoro incompiuto, seppur il messaggio onirico da dare è arrivato a destinazione: forse la meta finale era probabilmente solo questa!
