Blue Moon (2026)

Un bar magico restituisce dignità ad un artista dimenticato

Richard Linklater ed Ethan Hawke, combo oramai ben assodata nei salotti hollywoodiani, si ripete e non si smentisce in questo film su Lorenz Hart, fra i maggiori parolieri statunitensi di sempre.

Stavolta non ci sono tuttavia storie introspettive trattate da angolazioni plurime e in differenti momenti di vita, ma l’opera narra un racconto sì biografico, che però non si avvicina minimamente agli standard biopic, dato che nei 100 minuti di proiezione a farla da padrone non è il resoconto della vita artistica di Hart, bensì un bar, nel quale l’eccentrico librettista farà il bello e il cattivo tempo.

Si comporterà difatti come una sorta di cerimoniere, a fianco di tutti i protagonisti che gli si faranno dinanzi, partendo da un giornalista composto ma interessato sia ai gossip che alla esegesi e bellezza delle parole, fino alla tanto attesa Elizabeth, sua musa ispiratrice nonostante turbolenti gusti sessuali; ognuno servirà a ricordargli parti della sua ormai stanca vita, prossima a finire.

Hawke concede al mito di Hart una magniloquenza commovente, imitandone pure la postura fisica dinoccolata e curva, mascherata dalla facciata sempre sicura di chi con la penna ha cambiato la storia del “teatro musicale”, ma che dentro all’animo ha i tormenti di chi non riesce più a stare al passo coi tempi.

Hawke parla, beve, canta e grida poesie per nascondere tutto l’astio che da un lato prova per chi lo sta ripudiando, ma che dall’altro riconosce il proprio irreversibile fallimento, il tutto regalandoci ciò che di più bello un totem della cultura può lasciarci in dote: sensibilità, passione e spontaneità.

Il locale infatti attende la fine del famosissimo musical Okhlaoma, fra i più grandi successi di Richard Rodgers, compositore un tempo “socio” di Hart, con il quale diedero vita ad opere meravigliose quali Blue Moon e My Funny Valentine, ma ora distante a causa dei continui problemi di alcolismo del genio scrittore.

Sarà ovviamente proprio l’alcool, ingerito a fiumi, fra i maggiori compagni di serata di Lorenz, assieme a un pianoforte che suona il “jazz di mezzanotte” del duo grazie ad un soldato. A servirlo il fido Eddie, una sorta di confessore sui generis con la faccia da bronzo di Bobby Cannavale, che però prova per l’estroso cliente affetto e pene recondite, per essere il primo testimone della sua colossale ascesa verso l’olimpo e la vertiginosa caduta negli inferi!

E’ proprio la poesia l’arte primaria che Linklater agguanta in questo lavoro, affiancando commedia e dramma in un unico frame, esaltando sia la scalata di un genio che la sua temibile e definitiva caduta.

Una lezione cinematografica che si allontana dalle solite ipocrisie hollywoodiane, dove il regista ammicca lo spettatore con tragici stereotipi per aumentare hype. Qui invece Linklater si distanzia da ogni tipo di giudizio, permettendo a uno dei più grandi attori della sua generazione di interpretare l’eccellente sceneggiatura di Robert Kaplow a modo suo, accompagnandolo tuttavia con inquadrature intimistiche, carrellate e piani sequenza che ne carpiscono sia i pensieri più occulti che meravigliosi ricordi.

Grazie a ciò di Hawke/Hart rimangono a mente sia la raffinatezza, l’eleganza e l’estrema cultura che la consapevolezza di combattere le sconfitte odierne solamente rievocando il glorioso passato.

C’è tanta ironia pungente in questo lavoro, quando Hart si confessa in interminabili monologhi perfino grotteschi, ma anche tensione durante i fitti dialoghi col Rodgers di Andrew Scott.

Gli ex sodali mantengono un carisma autonomo col quale riaffermare le proprie decisioni, ma nella breve resa dei conti sulle scale o in mezzo alla folla ecco che dai loro sguardi pare riaccendersi la stessa fiamma che li ha visti primeggiare in coppia, dando al mondo musicale la speranza di poterli rivedere assieme.

Speranza che non vedrà mai luce a causa di una vita devastata dall’alcool.

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