Una simpatica canaglia a cui riesce tutto
Le vicende di Marty Reisman, fenomenale giocatore di ping pong, sport mai del tutto sponsorizzato ed apprezzato se non per paragonare le grandi potenze orientali agli Stati Uniti, viene proposta sul grande schermo a mo’ di commedia eccentrica e stravagante.
Le umili origini di Marty, unite ad una spiccata e quasi ossessionata voglia di emergere, nonché andare ai mondiali di Tokyo, sono al centro del lavoro di Joshua Safdie (Diamanti Grezzi, Good Time), pure sceneggiatore in combutta con Ronald Bronstein, che prendendo spunto dalla sua vita ne fanno un ritratto non biografico, trasformandolo per l’appunto in Mauser, e cedendo le redini del personaggio a Timothee Chalamet.
Il già iconico e leggendario giovane attore nonché simbolo dell’America della buona riuscita, muta completamente aspetto ed animo per l’ennesima volta e si fionda sulla grande occasione concessagli, facendo il bello e cattivo tempo in ogni frame dei lunghissimi 150 minuti di proiezione.
Il film diviene un successo planetario, proprio grazie all’infinitesimo trasformismo del divo, che con una recitazione adrenalinica e velocizzata fa scorrere celermente ogni intoppo che gli si farà davanti.
Oltre a ciò, una campagna pubblicitaria senza precedenti proprio dell’artista newyorkese, ha permesso alla casa di produzione di rientrare delle spese quasi immediatamente.
Bella la scenografia che ritrae la New York anni 50 ed eclettica la colonna sonora di Daniel Lopatin.
Un punto critico però, sta proprio nella trama del film, quasi una sorta di avventura continuativa di Marty, assillato dalla voglia di primeggiare e dare un senso di ricchezza (letterale) alla propria esistenza, con ogni mezzo.
Ed ecco che per l’occasione se la vedrà con situazioni imbarazzanti, goliardiche, sfarzose e persino comiche, ma finanche drammatiche, tragiche ed estreme, che a volte faranno virare la pellicola verso atmosfere noir e gangster, benchè sempre con velata ironia.
Tali avventure avranno tuttavia sempre lo stesso finale, con Marty che evade il pericolo, “truffa” il vicino/a di turno, trova all’istante escamotage vincenti e riparte per il prossimo raggiro con cui scalare la società.
Di ping pong c’è sostanzialmente poco, e alla fine l’interessante prologo su un gioco mai del tutto affermato rispetto ai vecchi e nuovi con la racchetta, non trova la sperata consacrazione che meritava, e la bravura della futura medaglia di bronzo ai mondiali appare infine soltanto un ulteriore sotterfugio per sbarcare il lunario.
Sognare in grande è il bel messaggio che questo lavoro porta in dote sin dall’inizio, specialmente perché a lanciarlo c’è un figlio del popolo, persino sfortunato in un’infanzia spesso deturpata e senza affetti conclamati, che se da un lato giustifica la sua completamente assente empatia, dall’altro rende tutti i soggetti con cui avrà a che fare dei “polli da spennare”.
Difatti, sia la sua ragazza adultera, il proprio uomo violento, i campioni di ping pong polacchi e giapponesi, lo zio datore di lavoro, un’ex star del teatro e annesso ricco marito industriale e finanziatore, gli hotel lussuosi, uno spietato gangster e i feroci fattori dove si è perso il suo cane affidatogli in custodia, dei biscazzieri nel New Jersey ed altri ancora verranno “trafitti” dalla furbizia di Marty!
Il suo ingegno perciò, se serve a scalare numerose classi sociali, allontana purtroppo dal personaggio di Marty la giusta sintonia emotiva che chi viene dal basso dovrebbe invece riversargli.
Essere un onesto commesso di scarpe risulta certamente più dignitoso che divenire un arrampicatore sociale, soprattutto perché, e come detto, la salita avviene in modo fraudolento e abbastanza elementare, e l’unico barlume di umanità, di fronte alla nascita di un bimbo, arriva troppo tardi.
